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Strategica, essenziale, sicura: esperti e addetti ai lavori ribadiscono l’importanza di preservare la filiera di gestione e recupero del rifiuto organico ai tempi del Covid-19

Le misure governative che accompagnano la gestione dell’emergenza Covid-19, al fine di limitare i rischi legati ad eventuali contagi, impongono la sospensione della raccolta differenziata per tutti colori i quali abbiano contratto il Coronavirus o si trovino in quarantena obbligatoria.

Anche i rifiuti organici prodotti dalle utenze di cui sopra sono di fatto assimilati ai rifiuti indifferenziati e come tali vengono smaltiti. Decisione che incontra le perplessità di alcuni tra i massimi esperti nazionali e addetti ai lavori.

Nella videoconferenza sul tema della raccolta del rifiuto organico e del relativo compostaggio organizzata da Eco delle Città lo scorso 3 aprile, sono intervenuti Roberto Cavallo, scrittore e divulgatore scientifico, Alberto Confalonieri, coordinatore del Comitato Tecnico del Consorzio Italiano Compostatori, Carmine Pagnozzi, direttore di Assobioplastiche ed Enzo Favoino della Scuola Agraria del Parco di Monza e direttore scientifico di Zero Waste Europe.

Questi ultimi hanno sottolineato che la filiera di gestione e trattamento del rifiuto organico è una filiera essenziale, strategica e innanzitutto sicura.

Filiera sicura perché regolamentata da procedure codificate, protocolli certificati, presidi di sicurezza, aspetti tecnici e modalità di raccolta e trattamento garantiti che potrebbero permettere di continuare a differenziare e dunque avviare a compostaggio anche il rifiuto organico proveniente da soggetti positivi al Covid-19 o in quarantena.

Il motivo, affermano gli esperti, è presto spiegato: il rifiuto organico viene avviato a processo di compostaggio attraverso il ricorso all’esclusiva movimentazione meccanica e una volta consegnato alla fase di bio-ossidazione accelerata, viene immediatamente sottoposto a fermentazione.

La fermentazione permette di raggiungere temperature molto elevate, tali da assicurare la completa igienizzazione ovvero l’eliminazione dei patogeni presenti nelle matrici organiche trattate, mantenendo al contempo inalterata la flora microbica che sovrintende ai processi di trasformazione, stabilizzazione e humificazione della sostanza organica, dalla cui definitiva lavorazione otterremo la produzione di compost igienicamente sicuro e privo di semi infestanti.

Quella dell’organico, affermano gli esperti di settore e addetti ai lavori, è dunque una filiera assolutamente sicura oltre che essenziale perché svolge servizi di pubblica utilità, valorizzando al contempo le risorse ambientali, lo sviluppo sostenibile, la creazione di posti di lavoro, la nascita di un ambiente più sano e così facendo traccia il percorso verso l’economia circolare. Un percorso che le odierne vicende ci insegnano essere quantomai urgente e necessario.

È una filiera strategica, la cui piena operatività necessita di essere garantita sempre e a maggior ragione in questo momento storico assai complicato. Un momento che ci porta a fare i conti con un’ormai indifferibile riconversione ecologica, etica e comportamentale indirizzata a proteggere la salute dell’uomo e quella del Pianeta, mediante la valorizzazione delle preziose risorse ambientali.

Al seguente link potrete consultare la videoconferenza completa:www.ecodallecitta.it/videoconferenza/

Plastic Tax, a chi spetta pagare l’imposta sui prodotti in plastica monouso?

L’Italia intende adeguarsi al recepimento della Direttiva UE 2019/904 sulle materie plastiche monouso (SUP) e lo fa istituendo nella Legge di Bilancio 2020, un’imposta sui “manufatti con singolo impiego” (MACSI).

Per MACSI si intendono gli oggetti in materiale plastico di uso quotidiano progettati e realizzati per avere un singolo utilizzo, terminato il quale, assumono la connotazione di rifiuti.

Rientrano in questa categoria i prodotti monouso in plastica, come tappi ed etichette, così come il polistirolo, le vaschette in polietilene, il tetrapak, i contenitori dei detersivi, le buste di numerosi alimenti, le bottigliette di acqua naturale e bibite varie (manufatti che hanno funzione di contenimento, protezione, manipolazione e consegna di merci.)

Non saranno invece tassate le siringhe e tutti i prodotti riutilizzabili, come ad esempio le taniche e i vari contenitori per custodire gli oggetti.

Escluse completamente dalla Plastic tax anche le plastiche compostabili secondo lo standard UNI EN 13432:2002 e il materiale plastico che, pur essendo contenuto in prodotti qualificabili come MACSI, proviene da processi di riciclo.

Quali sono i soggetti tenuti al pagamento dell’imposta?

Il fabbricante, per i MACSI realizzati nel territorio nazionale;

Il soggetto che acquista, per i MACSI provenienti da altri Paesi dell’Unione europea;

L’importatore, per i MACSI provenienti da Paesi terzi.

L’imposta è dovuta nella misura di 0,45 euro per chilogrammo di materia plastica contenuta nei MACSI, ma non si è tenuti a versarla nel caso in cui il suo importo risulti inferiore o pari a 10,00 euro.

Agli operatori del settore delle materie plastiche viene al contempo riconosciuta la possibilità di usufruire di un credito di imposta nella misura del 10% delle spese sostenute nell’anno solare 2020 per l’adeguamento tecnologico finalizzato alla produzione di manufatti compostabili secondo lo standard UNI EN 13432:2002.

Tale credito d’imposta potrà essere fruito in compensazione di altri debiti tributari fino ad un tetto massimo di euro 20.000,00 per ciascuna impresa beneficiaria ed è altresì riconosciuto, sempre nella misura del 10% in relazione alle spese sostenute dalle aziende per attività di formazione del personale utili all’acquisizione delle competenze necessarie a porre in essere l’adeguamento tecnologico di cui sopra.

L’imposta dovrebbe entrare in vigore a luglio 2020, ossia due mesi dopo la definizione delle modalità dispositive di funzionamento dell’imposta da parte dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, prevista per maggio 2020.

Focus direttiva UE 2019/904 sulle materie plastiche monouso (SUP-Single Use Plastics)

La direttiva SUP si innesta sulla legislazione europea vigente in materia di rifiuti quale norma speciale, stabilendo disposizioni più severe per i tipi di prodotti e di imballaggi più spesso rinvenuti come rifiuti sulle spiagge europee e che contribuiscono all’inquinamento ambientale da microplastiche.

Obiettivo della stessa è la riduzione, a partire dal 2021, del consumo di articoli monouso in plastica sul territorio europeo.

Il divieto non colpisce tutti i prodotti allo stesso modo ma è valido nello specifico per gli oggetti per i quali esistono alternative in commercio facilmente disponibili.

A partire dal 2021, sarà operativo il divieto di commercializzazione per cotton fioc, cannucce, piatti, posate, mescolatori per bevande e aste per palloncini, contenitori con o senza coperchio in polistirene espanso (EPS) per consumo immediato o asporto di alimenti realizzati in plastica monouso.

Il medesimo divieto colpirà tutti i prodotti (monouso e non) realizzati in plastica oxo-degradabile.

Per quanto riguarda invece i contenitori per alimenti e le tazze per bevande in plastica, gli Stati membri sono tenuti a ridurne l’uso, rendendo disponibili prodotti alternativi.

Il divieto non riguarda i prodotti per cui non esiste alternativa sul mercato, come ad esempio le salviettine umidificate e gli assorbenti igienici.

Particolare attenzione dovrà essere tuttavia riservata agli imballaggi di tali prodotti, che dovranno presentare un’etichetta che indichi chiaramente al consumatore sia l’impatto negativo sull’ambiente che i corretti metodi di smaltimento.

In riferimento a quest’ultimo punto è bene sottolineare che la direttiva rafforza l’applicazione del principio “chi inquina paga”, introducendo una responsabilità estesa per i produttori.

Questo nuovo regime si applicherà ad esempio ai filtri di sigaretta e agli attrezzi da pesca, per garantire che i produttori sostengano i costi di gestione a fine vita di tali articoli, come pure i costi delle campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini.

Per incentivare il riciclo la direttiva stabilisce un obiettivo di raccolta del 90% per le bottigile in PET, da raggiungere entro il 2029.

Prevede inoltre che, entro il 2025, il 25% delle bottiglie di plastica dovrà essere composto da materiali riciclati.

Tale quota salirà al 30% entro il 2030.

Analisi merceologiche, rifiuti organici sotto esame

Le analisi merceologiche rappresentano la lente d’ingrandimento che restituisce una visione chiara della qualità dei rifiuti organici conferiti in impianto di compostaggio e l’altrettanto chiara consapevolezza che puntare alla qualità prima che alla quantità di questi ultimi sia un tassello fondamentale per:

  • ottimizzare il processo di trattamento e recupero dei rifiuti organici;
  • ridurre gli scarti da avviare a smaltimento in discarica e/o inceneritore;
  • recuperare i rifiuti organici e mediante adeguato processo di compostaggio industriale, trasformarli in una preziosa materia prima seconda, ovvero compost di qualità certificata.

Il compost (Ammendante Compostato Misto) si qualifica come fertilizzante organico il cui uso è consentito e fortemente consigliato in agricoltura convenzionale e biologica per migliorare la struttura del terreno e incrementarne la fertilità.

Tuttavia per caratterizzarsi come prodotto efficace, efficiente e sicuro, il compost deve necessariamente rispondere agli standard qualitativi richiesti dalla normativa nazionale sui fertilizzanti e ovviamente ai requisiti imposti dal mercato.

E dunque puntare alla sua qualità è un elemento fondamentale tanto per l’ambiente, poiché consente la trasformazione di una scarto in risorsa che torna alla terra, culla che l’ha generata, quanto per l’economia, poiché gli scarti organici se non correttamente conferiti finiscono in discarica e /o inceneritore, attività i cui costi economici ed ancora una volta ambientali incidono significativamente sulle nostre tasche, sulla nostra salute e su quella del Pianeta, poiché tali attività contribuiscono all’emissione di gas climalteranti.

I rifiuti conferiti in impianto per “superare l’esame della circolarità”, ovvero divenire preziose risorse, devono essere per così dire “puri”, cioè tali da poter essere inseriti nel processo di compostaggio industriale.

A tal fine gli impianti di compostaggio effettuano periodicamente controlli merceologici, attività che consistono nell’analizzare, mediante l’applicazione di procedure specifiche, campioni rappresentativi dei rifiuti organici attraverso cernita manuale e pesatura delle diverse componenti costituenti il campione. Tale procedura si definisce “analisi merceologica”.

In merito a quest’ ultimo punto è bene sottolineare che, mediante un’attività che ha previsto nell’arco del 2018 circa 900 monitoraggi di rifiuti provenienti da numerosi comuni italiani, il CIC-Consorzio Italiano Compostatori ha rilevato che la purezza merceologica del rifiuto organico conferito agli impianti (media italiana) supera il 95 %.

Tuttavia, nonostante il dato riportato dal CIC sia incoraggiante, è bene effettuare alcune precisazioni: per quanto infatti tale dato attesti che il livello di impurità merceologica riscontrata è del 5%, è pur sempre un dato che si basa su una stima media che comunque sottende una disomogeneità tra gli areali italiani più virtuosi, che contribuiscono in misura maggiore al raggiungimento di un trend positivo ed altri areali italiani in cui continuano a registrarsi picchi di impurità merceologica che si attestano attorno al 10/15%.

Inoltre si aggiunge a questa considerazione anche un’altra di carattere tecnico: ad un punto percentuale di impurità (MNC-materiale non compostabile) in ingresso in impianto, corrisponde per effetto di trascinamento di materiale compostabile che resta intrappolato nelle impurità rimosse, un coefficiente di 2,6.

Ne consegue che, ad ogni punto percentuale di impurità corrisponde realmente una percentuale di frazioni estranee da smaltire pari a 2,6 %.

Alla luce di ciò, il dato medio nazionale indicato dal CIC, pari ad una percentuale di impurità (MNC) del 5%, a causa dell’effetto di trascinamento sopra descritto, è da considerarsi effettivamente pari al 13%.

All’interno delle sopracitate frazioni estranee continua a persistere in maniera significativa la presenza di sacchetti in plastica tradizionale, erroneamente utilizzati per il conferimento dell’organico.

Tali sacchetti costituiscono il 25% del materiale non compostabile rilevato e non possono essere recuperati assieme agli scarti alimentari in essi contenuti, diversamente da quelli biodegradabili e compostabili certificati secondo la norma UNI EN 13432:2002.

I sacchetti in plastica tradizionale devono necessariamente essere avviati a smaltimento nelle discariche e/o presso gli inceneritori, decisamente pochi sul territorio e limitati in termini di capienza e di capacità di accoglimento, oltre che economicamente e ambientalmente poco sostenibili.

E dunque se da un alto l’Italia si conferma Paese leader in Europa per la Raccolta Differenziata, con un settore del riciclo di rifiuti organici che nell’ultimo decennio, secondo le stime del CIC, ha subito una crescita di oltre l’8,5% su base annua, dall’altro incalza la necessità di tornare a ribadire l’importanza di fare di più e soprattutto di farlo ancora meglio.

Valorizzare il capitale naturale del nostro Pianeta, contrastare la “cultura dello scarto e dello spreco”

«La terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia».

Questa è una frase che travalica i confini religiosi entro i quali è stata concepita per divenire denuncia, universalmente accolta, di quello che il modus operandi dell’uomo contemporaneo ha prodotto: la “cultura dello scarto e dello spreco”, la cultura della non curanza, una realtà nella quale l’ambiente viene percepito come altro da sé ed in quanto tale destinato, spesso inconsapevolmente, all’ indifferenza.

Le conseguenze infelici di questo agire autoreferenziale sono sotto gli occhi di tutti, ciò che forse non è ancora abbastanza evidente è che più si alimenta tale cultura,  più si allontana l’idea di poter costruire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola, a vantaggio e beneficio di ognuno di noi.

Un esempio fra tutti: il valore della frazione umida dei rifiuti solidi urbani.

Certo, non è di immediata comprensione l’idea che la famosa buccia della mela e i suoi pari vegetali e animali, se correttamente conferiti nel circuito della raccolta differenziata ed opportunamente trattati in impianto di compostaggio, possano recuperare valore.

Un valore che consiste nella loro trasformazione in una vera e propria risorsa: il compost, fertilizzante naturale in grado di apportare al suolo sostanza organica, la più alta riserva terrestre di carbonio e di contribuire ad arginare un fenomeno che sta letteralmente divorando il pianeta: la desertificazione del suolo.

E molto probabilmente non è neppure immediato comprendere che se nelle nostre case effettuiamo la raccolta differenziata in modo scorretto, stiamo di fatto contribuendo ad alimentare indirettamente i fenomeni di riscaldamento globale.

E invece è possibile, accade davvero ed è quantomai urgente acquisirne consapevolezza.

I cambiamenti climatici sono dovuti alla produzione non solo di anidride carbonica (CO2) derivante dagli svariati processi di combustione nelle attività umane, ma anche metano (CH4) rilasciato dalla decom­posizione dei rifiuti biodegradabili nelle discariche.

E allora diamo valore ai nostri gesti quotidiani: come?

Differenziando i rifiuti in maniera corretta e contenendo le eccedenze alimentari.

Due operazioni semplici ma fondamentali per sostituire alla “cultura dello scarto e dello spreco”, quella della cura e dell’interdipendenza con la terra che abitiamo, con la sua prosperità e con la possibilità che possa ancora essere culla ospitale, benevola e generosa per le generazioni future.

Rifiuti come risorse, i benefici agronomico-ambientali del Compost di qualità

“Promuovere le buone pratiche per la raccolta dei rifiuti organici significa difendere il suolo.”

Così, le parole di Massimo Centemero, Direttore del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) accendono i riflettori su un argomento di grande valore economico, agronomico ed ambientale: l’utilizzo del compost di qualità, derivante dal trattamento della frazione organica dei rifiuti provenienti da raccolta differenziata, come risorsa utile a implementare la fertilità del suolo.

Ebbene si, quelli che comunemente definiamo scarti organici, una volta sottoposti ad adeguato processo di compostaggio, si trasformano in un esempio concreto di economia circolare, un preziosissimo fertilizzante naturale ricco di sostanza organica ed elementi nutritivi indispensabili per salvaguardare i terreni agricoli da fenomeni di erosione, impermeabilizzazione, perdita di biodiversità e contaminazione.

Il compost di qualità è infatti ricchissimo di sostanza organica, il cui apporto si rende indispensabile per favorire una maggiore complessità genetica, funzionale e metabolica della microflora del suolo, rinvigorendone e migliorandone la struttura.

La sostanza organica assicura una maggiore capacità di assorbimento degli elementi nutritivi utili alla vita delle piante, migliori condizioni di lavorabilità ed un’elevata capacità di ritenzione idrica, a tutto vantaggio delle produzioni agricole e dell’ambiente che in tal senso trovano giovamento anche dall’aumento di carbonio nel suolo che l’impiego del compost di qualità garantisce.

Fattore chiave, quest’ultimo, oltre che per sottrarre CO2 all’atmosfera, anche per combattere l’incalzante desertificazione dei terreni agricoli, che ad oggi pone a rischio, secondo uno studio di Coldiretti, quasi il 21% del territorio italiano.

Gli scarti organici, opportunamente conferiti e trattati in impianto, si trasformano dunque in una preziosa risorsa che restituisce vita ai suoli, assicurando al contempo produzioni agricole salubri e sostenibili.

La scelta di valorizzare il potenziale di ciò che comunemente definiamo scarto, permettendo la sua trasformazione in risorsa, è solo nostra.

E’ infatti il frutto di un impegno quotidiano che parte dalle nostre case, dalle nostre tavole, dalla nostra volontà concreta di fare la differenza, attraverso un piccolo ma fondamentale gesto: la corretta separazione dei rifiuti organici.

Gestione e valorizzazione del rifiuto organico: l’importanza dei materiali amici del compost

Efficienza, efficacia, sostenibilità.

Tre obiettivi di miglioramento che hanno guidato i monitoraggi della qualità della frazione organica dei rifiuti solidi urbani condotti dal CIC (Consorzio Italiano Compostatori), Assobioplastiche, Conai e Corepla nel biennio 2015 -2017, realizzati rispettivamente su 12 impianti di digestione anaerobica e 15 impianti di compostaggio italiani.

Tre elementi chiave che a fronte dei dati emersi dalle analisi effettuate, hanno riportato la necessità di ribadire un concetto fondamentale: è necessario che la raccolta dello scarto organico venga effettuata mediante l’uso di sacchetti biodegradabili e compostabili (a norma UNI EN 13432), realizzati a partire da materie prime rinnovabili.

Sacchetti in grado di essere smaltiti, assieme agli scarti alimentari in essi contenuti, attraverso processo di compostaggio.

Parlare di qualità della frazione organica dei rifiuti solidi urbani significa puntare l’attenzione sui manufatti che giocano un ruolo fondamentale per determinarla: i materiali “amici del compost”, ovvero carta e bioplastiche certificate, che differentemente rispetto agli imballaggi o ai manufatti di plastica convenzionale non contaminano la frazione organica dei rifiuti.

Ciò consente non solo di migliorare la qualità del compost, fertilizzante organico naturale di elevato pregio agronomico, ma anche di risparmiare risorse per lo smaltimento di materiale non conforme, costo che inevitabilmente si ripercuote sulle tasche dei cittadini.

Come riconoscere dunque i sacchetti “amici del compost”? Verificando che evidenzino le seguenti diciture:

– la presenza della scritta “biodegradabile e compostabile”;
– la citazione dello standard europeo “UNI EN 13432:2002”;
– la presenza di un marchio rilasciato da un ente certificatore come ad esempio il marchio COMPOSTABILE CIC, che si pone a garanzia della qualità del prodotto e della sua possibilità di essere adeguatamente smaltito assieme alla frazione organica dei rifiuti.

Dalle rilevazioni effettuate risulta ancora molto elevato (oltre il 43% del totale) l’impiego di sacchetti in materiale non compostabile.

Un dato che ci conduce a riportare l’attenzione sulla necessità di conoscere e implementare l’utilizzo di materiali amici del compost e soprattutto di comprendere la loro fondamentale importanza nella filiera di gestione e valorizzazione del rifiuto organico.

Progeva su InchiostroVerde.it, la tutela dell’ambiente richiede un impegno trasversale

La testata giornalistica InchiostroVerde.it ha ripercorso le tappe fondamentali del modus operandi di Progeva.

Nel curare la trasformazione e il passaggio degli scarti in risorse, l’azienda muove i propri ingranaggi monitorando e mitigando gli impatti ambientali, certificando le sue produzioni, sensibilizzando la comunità ad agire nel territorio e per il territorio!

Di seguito il link:

www.inchiostroverde.it-progeva-azienda-leader-nel-sud-italia

Buona lettura!

Emergenza Xylella, sradichiamo le cattive pratiche agronomiche

“Guardare l’oliveto nel suo insieme e migliorarne il «sistema immunitario» adottando pratiche agronomiche sostenibili, che aumentino le capacità delle piante a contrastare gli stress biotici e abiotici”. 

È questo il concetto chiave che il Professor Cristos Xiloyannis, illustre studioso della fisiologia delle piante da frutto e docente dell’Università della Basilicata, difende e sviluppa assieme ai colleghi Egidio Lardo, Adriano Sofo e Assunta Maria Palese.

La gestione sostenibile degli oliveti, attraverso il ripristino della sostanza organica del suolo, è stata oggetto del lavoro di sperimentazione svolto negli ultimi quindici anni, dal gruppo di ricerca dell’Università della Basilicata.

E’ opportuno che gli olivicoltori adottino soluzioni pratiche, a basso costo, che non necessariamente prevedano il taglio e l’eradicazione degli olivi.

Ripartire dal suolo, ripristinarne la sostanza organica e così facendo, contribuire a riequilibrarne la fertilità microbiologica, rinvigorendone il sistema immunitario e integrando la fertilizzazione chimica con l’apporto di compost.

Questo, secondo Xiloyannis e il suo team, è ciò che si rende necessario per arginare l’emergenza della Xylella Fastidiosa, sulla base delle valutazioni effettuate a seguito delle ricerche condotte e di quelle ancora in itinere.

Un’emergenza che in Spagna, secondo la notizia recentemente divulgata dalla Gazzetta del Mezzogiorno, è arrivata a colpire anche i mandorli.

Ciò prefigura uno scenario allarmante capace di far tremare, ancora una volta, l’agricoltura del meridione, ma che al tempo stesso ci porta a riflettere su quanto rimarcato dal Prof. Xiloyannis.

Il passaggio dalla gestione del suolo tradizionale, con i fertilizzanti organici e la lavorazione superficiale, a quella convenzionale, con diserbi, lavorazioni ripetute e bruciatura dei residui di potatura, ha influenzato il ciclo di umificazione con progressivo impoverimento della dotazione in sostanza organica.

Ciò ha provocato la perdita delle sue funzioni nel sistema suolo, rendendo lo stesso vulnerabile agli stress abiotici e biotici (riduzione delle difese intrinseche delle piante, fenomeno che ha favorito la comparsa di malattie e di infestazioni).

La natura ci insegna che la vita trae origine dalla vita, quali frutti potremo dunque mai cogliere da un terreno morto?

La risposta a questa domanda conduce ad una nuova consapevolezza: è necessario adottare buone pratiche agronomiche attraverso cui riportare il livello di sostanza organica del suolo ad uno stato ottimale, affinché si crei un’interazione tale da contrastare la diffusione degli agenti patogeni.

Se desideriamo che la natura reagisca positivamente alle nostre richieste, dovremo essere anzitutto in grado di rispettarne i tempi e di restituire alla stessa nutrimento e cura.

Di seguito il link al video nel quale il Professor Xiloyannis illustra il progetto GE.S.OLIV., nato per proporre strategie alternative all’eradicazione e contrastare la diffusione della Xylella Fastidiosa:

Presentazione progetto GE.S.OLIV.

Progeva, natura, equilibrio e fertilità: la risposta si chiama compost

Ridoniamo alla terra ciò che la terra ci ha dato. Salvaguardare l’ambiente e   produrre compost di qualità, ottenuto attraverso un rigoroso processo di trasformazione e stabilizzazione di matrici organiche controllate è l’ambizione e la meta alla quale guarda costantemente l’azienda Progeva.

Ad ispirarla, la consapevolezza che l’attività di compostaggio, trasformando gli scarti lignocellulosici e alimentari in risorse, diviene emblema della corretta gestione dello smaltimento dei rifiuti oltre che del loro reimpiego, a seguito di accurata trasformazione, come fertilizzanti organici di alto profilo qualitativo.

Il compost, essendo ricco in sostanza organica, si qualifica come prezioso e imprescindibile alleato della fertilità dei suoli,  migliorandone naturalmente la struttura, attraverso l’apporto di sostanze umiche, e di macro e micro nutrienti essenziali al fine di  garantire migliori condizioni di abitabilità per le colture.

Se per largo tempo il mondo dell’agricoltura, sospinto dai processi di industrializzazione, ha praticato il ricorso all’utilizzo intensivo delle concimazioni minerali, ad oggi i fenomeni di progressivo dilavamento, demineralizzazione ed erosione dei suoli, impongono di tornare a guardare la natura attraverso un approccio che faccia della tutela e della salvaguardia ambientale un rinnovato punto di partenza.

Il compost alimenta i suoli permettendo a questi ultimi di tornare a nutrirsi al seno della propria progenitrice: la natura, nel suo costante e meraviglioso ciclo di rigenerazione.

Rispettare la terra per rispettare la vita, questo è il presupposto imprescindibile al quale si associa l’attività di compostaggio svolta dall’impianto Progeva Srl.

L’impresa da sempre orienta la propria mission aziendale al dovere e al diritto di abitare responsabilmente la terra, reimmettendo in natura i suoi frutti attraverso il compost di propria produzione.